Per cominciare

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17 settembre 2012 di prontiallaresa

Il fatto è che faccio un mestiere che di per se non ha proprio nulla di male.
Potrei persino spingermi a dire che faccio proprio un gran bel lavoro.

Lavoro in una libreria, sissignore. Eh, già, il tempio della cultura, un posto bellissimo, pieno di libri, dove si discute, si accresce se stessi e si respira un’atmosfera rilassata e ispirante.
Cazzate.
Lavorare in una libreria è stressante e faticoso e ha orari deliranti.
Quando dici a qualcuno che fai il libraio, subito quello si immagina di vederti con gli occhiali, seduto dietro un bancone di legno a leggere, nel gesto elegante di sfogliare una pagina, degnando appena di uno sguardo chi ti si pone davanti.
Nella realtà quanti librai avete visto comportarsi così? Io davvero pochi, l’ultima volta che è successo era in un film.
Siamo una categoria che vive dello stereotipo.
Un libraio non sta seduto, mai. Nella nostra libreria non ci sono nemmeno le sedie, se non qualcuna -scomodissima a dire il vero- per i clienti.
Leggere, poi, è ovviamente fuori discussione. Leggere? I libri? Ma non diciamo cazzate!
I libri vanno spolverati, messi in ordine, estratti dagli scatoloni, rimessi negli scatoloni, impilati, spinati, resi, anagrafati, impacchettati, messi nei sacchetti, passati al lettore ottico, ma non si leggono. Non in libreria. Al massimo dai un’occhiata rapida alla quarta di copertina per capire di cosa si tratta e quindi dove colllocarlo, ma nulla di più.

Un libraio ha più a che fare con ricevute, fatture, programmi di gestione che si impallano, telefoni che squillano, corrieri che vanno e vengono, bolle da firmare, controllare, spuntare titolo per titolo (e a volte parliamo di decine di pagine), conti da far tornare, scontrini che non escono o che non sono corretti, documenti da mandare in amministrazione, colli da spostare, casse da contare, fallati da rendere, fuori catalogo da controllare e amenità simili. Il tutto, spesso, contemporaneamente.
Un libraio deve essere parte intellettuale, parte manager, parte contabile, parte PR, parte personal shopper, parte inserviente, parte psicologo e via dicendo.
Siamo ibridi tra tutte queste cose e ognuno dei clienti che varcano la soglia della libreria vuole che siamo una perfetta macchina, totalmente competente in ogni campo, dalla cucina valdostana alla geografia del Nepal, dai libri sui rigurgitini dei neonati a quelli di filosofia, passando per l’arte, il management e le scienze e comprendendo, ovviamente, la letteratura di ogni epoca e paese.
Spesso lo siamo. Spesso siamo onnivori, sfaccettati, eclettici, ognuno con un campo di predilezione, ma dobbiamo anche saper fare pacchetti eccellenti, fatture impeccabili, gestire eventi, far di conto come schegge, ricordare ogni viso e ogni nome e avere una conoscenza universale su tutto ciò che succede nel nostro quartiere, nella città e nel paese, dal grande evento culturale agli orari dell’autobus, avere schiene d’acciaio e mani rapide e delicate, giocare il Tetris della pedana novità in modo impeccabile e saper consigliare un buon ristorante nei paraggi.
Il cliente si aspetta tutto un bel miscuglio di queste cose.
Il libraio spesso è un po’ di questo e un po’ di quello, ognuno con una predilezione o due, un campo in cui è più ferrato, uno in cui è debole, un altro in cui è così così.

E poi, di media, il cliente ti tratta o come se fossi l’oracolo di Delfi, o come una merda, senza mezze misure.

Sei lì, a disposizione e quindi devi servire, come se fossi il suo personale zerbino. Il cliente ti insulta, ti sgrida, ti usa come scarico per ogni frustrazione. Che importa se anche la libreria non è tua o se le scelte editoriali di quella collana di libri non sono state una tua decisione? Sei colpevole. Di tutto, molto semplicemente.
Questo blog nasce da l’esperienza in questo strano mondo.
Un po’ come sfogo, un po’ come dialogo. (Soprattutto come sfogo, non facciamo gli ipocriti, dai).
Siamo in tanti a fare questo mestiere di librai e ancora di più sono i nostri “cugini” delle altre attività commerciali. Ci sono i commessi di ogni ordine e genere, ci sono i camerieri e ci sono tutti coloro che hanno quotidianamente a che fare col pubblico.
Il pubblico.
Voi.
Ma anche noi.
Io sto dalla mia parte della cassa, ma quotidianamente, come logico, mi trovo più volte ad essere cliente, dall’altra parte di quel confine che trasforma le persone.
Nel tempo che ho trascorso a fare questo mestiere ho capito che amo il mio lavoro, ma detesto le persone.
L’inferno, diceva Sartre, sono gli altri.
Sartre non era mica scemo.

Su queste pagine racconto, giorno per giorno, settimana dopo settimana, aneddoti, impressioni e idee. Sono mie, sono personali, ma ho come l’impressione che ci sia chi potrà condividerle.
Non dirò dove lavoro, né in quale città né in che libreria. L’anonimato credo sia una scelta saggia in questo frangente. Mi permetterà di essere sincera, di non trattenermi, cosa che renderebbe totalmente inutile questo spazio che vado a ritagliarmi.
Sono arrivata al punto in cui il passo successivo potrebbe essere passare alla violenza fisica nei confronti del prossimo, cliente o collega, superiore o amico, che se ne esca con una cazzata o un atteggiamento stronzo e questo non è salutare. Non è nemmeno salutare vomitare un fiume di improperi e frustrazioni ogni volta che un amico ti chiede “e allora come va al lavoro?”.
Così eccoci qui.
Il fatto è che non posso dire le cose che ho appena scritto ad alta voce, non se voglio tenermi il lavoro e quello straccio di vita sociale e familiare che mi resta, per cui le scrivo, proprio qui.
Aspettatevi rabbia, molta e non filtrata. Aspettatevi quelli che in inglese si chiamano rant: fiumi di parole piene di frustrazione e di furia, che alla fin fine fanno un gran casino e non servono a nulla, ma , chissà, magari… Aspettatevi uscite lessicali poco raffinate e insulti malamente velati, aspettatevi critiche feroci e piagnistei patetici. Aspettatevi il peggio, insomma. Prendete i popcorn, gente, che la libraia perde le staffe!

Se vi ho incuriosito, tornate a leggermi tra qualche giorno.
E la prossima volta che entrate in un negozio, sorridete e pensateci, magari quella dietro al bancone potrei essere io.
Magari, se vi comporterete da esseri umani, non vi seguirò fino a casa per riempirvi di botte…

(Disclaimer: le minacce di violenza fisica nei confronti del lettore sono da considerarsi generiche e per niente indirizzate a qualcuno in particolare. Di certo non a voi. E, no, nemmeno a te. Se pensate che ce l’abbia davvero con voi e che sia io quella che vi sta seguendo nel buio di quella stradina del centro dove non passa nessuno, vi consiglio due cose: uno, la prossima volta rispondete quando vi do il buongiorno e, due, fatevi vedere da uno bravo, che la paranoia si cura oggigiorno).

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2 thoughts on “Per cominciare

  1. Alessandra ha detto:

    Ciao Godzilla.
    Sono arrivata qui da “L’apprendista Libraio”. Lavoro anch’io in libreria e mi consolo leggendo i blog degli amici librai.
    Questo primo post mi attira molto. Sono curiosa di leggere i prossimi.
    Mi sono rivista molto nella frase “Nel tempo che ho trascorso a fare questo mestiere ho capito che amo il mio lavoro, ma detesto le persone.” Parole sante.
    A rileggerci!
    Alessandra

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